FRANCO BRANCIAROLI

LETTERE A NOUR

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SCHEDA

di Rachid Benzine
traduzione italiana a cura di Anna Bonalume

regia Giorgio Sangati

con Franco Branciaroli, Marina Occhionero
e con il trio Mothra 
Fabio Mina flauto, flauto contralto, duduk, elettronica
Marco Zanotti batteria preparata, percussioni, elettronica
Peppe Frana oud elettrico, godin multioud, elettronica

assistente alla regia Virginia Landi

scene Alberto Nonnato
luci Vincenzo Bonaffini
musiche originali trio Mothra
costumi Gianluca Sbicca

produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, Centro Teatrale Bresciano, Teatro de Gli Incamminati
in collaborazione con Ravenna Festival
Rachid Benzine, islamologo e filosofo francese di origine marocchina, è uno degli esponenti di spicco di quella nuova generazione di intellettuali dediti allo studio del Corano in un’ottica di dialogo con le altre culture e religioni occidentali. Sociologo di formazione, sul finire degli anni Novanta, poco più che ventenne, avvia una profonda conversazione su islam e cristianesimo con il prete Christian Delorme, da cui nasce il fortunato libro Abbiamo tante cose da dirci (1998, trad. it. 2000). Negli anni successivi approfondisce i suoi interessi filosofici, studiando l’opera di Paul Ricoer, Michel Foucault e Jacques Derrida e traendone spunto per tornare alla lettura del Corano. È sull’onda di questi studi che prendono forma alcuni dei lavori più incisivi di Benzine, come Il Corano spiegato ai giovani (2013, trad. it. 2016)
Lettere a Nour è un dramma epistolare fra un padre - intellettuale musulmano praticante che guarda all’Occidente e osserva la sua religione come messaggio di pace e amore - e una figlia, Nour, partita in Iraq per ricongiungersi a un musulmano integralista di cui si è innamorata. ‘Paradossalmente’ mossa dagli stessi principi di amore e tolleranza ereditati dal padre, e quindi non per fanatismo, la figlia finisce per unirsi alla causa jihadista e a pagarne il duro prezzo. 
«Sto lavorando da mesi su una domanda fastidiosa – afferma Rachid Benzine a proposito di Lettere a Nour – una domanda che rimbalza sempre indietro come un’emicrania, ricorrente e familiare. Perché giovani uomini e giovani donne, nati nel mio stesso paese, dalla mia stessa cultura, decidono di partire per un paese in guerra e di uccidere in nome di un Dio che è anche il mio? Questa domanda violenta ha assunto una nuova dimensione la sera del 13 novembre 2015: una parte di me aveva appena attaccato un’altra parte di me, seminando morte e dolore. Come vivere con questo tormento? In risposta, a poco a poco, è nato un dialogo epistolare tra un padre-filosofo e sua figlia, partita per la jihad... Questo dialogo è impossibile, difficile, immaginavo». 
Un testo che, nella sua essenzialità drammatica di puro dialogo, si muove con straordinaria efficacia fra cronaca ed ideologia: guardando all’attualità, tocca nel vivo ferite profonde della nostra società contemporanea, a partire dalla potenza di una vicenda privata, di affetti familiari stravolti dalla storia. 
Mantenendo un respiro universale, Lettere a Nour offre un ritratto per noi inedito della cultura islamica, nel suo complesso confrontarsi con la cultura occidentale.
Interpretato da un attore di eccezione come Franco Branciaroli, il cui lungo percorso spesso ha incrociato i complessi orizzonti della riflessione religiosa, Lettere a Nour è diretto dal giovane Giorgio Sangati, regista proveniente dalla scuola di Luca Ronconi e che si sta velocemente imponendo all’attenzione di pubblico e critica. Accanto a Branciaroli in scena Marina Occhionero, giovane e promettente attrice, da poco diplomatasi presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico.

Nour ha vent’anni quando decide di partire, di lasciare improvvisamente la sua vita di studentessa brillante per raggiungere l’Iraq e sposare un combattente del nascente Stato Islamico conosciuto su internet. Suo padre, è un professore universitario, un teologo islamico illuminista e progressista che ha perso la moglie quando era giovane, ha cresciuto la figlia da vedovo e ora si ritrova solo.
Nour ha voglia di cambiare il mondo, di agire, di mettere in atto tutto quello che ha studiato e imparato dal padre, a cui rinfaccia di essersi chiuso in un’asfittica torre d’avorio fatta di libri e certezze, senza più rapporto con la realtà. 
Il padre vorrebbe solo che la figlia tornasse a casa, al sicuro, che si rendesse conto dell’orrore, del paradosso di una visione del mondo basata sulla violenza e sull’odio. 
Da un lato la vita che continuamente si misura col rischio, con l’errore, con la morte; dall’altro la ragione che teorizza il dialogo e la pace, ma pretende a tutti costi di eliminare la violenza e rimuovere il dolore.
Evoluzione e stasi, deriva e blocco, giovinezza e vecchiaia, ribellione e orgoglio. Due sguardi sul reale antitetici, due punti di vista sull’islam indagati senza pregiudizi.
Due anni di corrispondenza, due anni di scontro e amore, per raccontare un rapporto intenso e travagliato, un conflitto familiare, generazionale e culturale apparentemente senza via d’uscita. 
Un epistolario drammatico, un dialogo a distanza, in cui i concetti stessi di intimità e lontananza perdono consistenza e le parole spesso ne nascondono altre, perchè è difficile parlarsi veramente, ascoltare e vedere davvero quando è in gioco un legame  così profondo, archetipico, come quello tra un padre e una figlia. 
In scena, in un’ideale non-luogo interiore, in una sorta di spazio dell’anima -contemporaneamente incubo, paradiso e trappola- l’incontro tra uno dei più grandi interpreti di sempre, Franco Branciaroli e una giovane e promettente attrice, Marina Occhionero. Insieme a loro, mimetizzati sul palco, un trio di musicisiti, i Mothra, a costruire una scenografia sonora impalpabile, sospesa, a metà tra oriente e occidente, tra futuro e passato, musica come presente, come sangue, come vita.
Rachid Benzine, a sua volta intellettuale e islamista, sostenitore convinto di una lettura critica e aperta del Corano, da tempo si batte per svincolare gli studi sulla religione da strumentalizzazioni politiche di qualsiasi tipo e alimentare la ricerca con strumenti provenienti dalle scienze umane e sociali. 
In Lettere a Nour va dritto al nucleo della questione: perché ragazze e ragazzi giovanissimi decidono di lasciare i loro paesi per partecipare alla folle guerra dello stato islamico? Cosa cercano? Cosa è mancato? Evitando semplificazioni e restando coraggiosamente all’interno del perimetro dell’islam, costruisce una specie di clone di se stesso: il padre di Nour, più vecchio dell’autore, diventa così una sua possibile proiezione. Benzine teatralmente si sdoppia e si immagina a colloquio con una generazione di figli che non riesce a comprendere il senso del suo pensiero. Si interroga sulle possibili motivazioni alla base di questa "rottura", si mette in discussione, si osserva senza sconti. 
Non vuole, però, fornire risposte, piuttosto suggerire domande, offrire spunti: forse la rimozione dell’emozione (e della morte) e l’eccesso di razionalità possono rendere sterile anche il punto di vista più aperto. 
È necessario rimanere sempre in ascolto, in contatto col mondo (tutto) e non chiudersi in se stessi, nel proprio orgoglio. Sarebbe fatale in questo momento rinunciare al dialogo con l’altro, soprattutto quando l’altro sposa una causa per frustrazione, subendo la manipolazione di approfittatori senza scrupoli. Il suggerimento tra le righe non è da poco in un mondo che tende a dividere sistematicamente, in ogni ambito, buoni (noi) e cattivi (gli altri). Certo, i mostri ci sono, da una parte e dall’altra ed è bene riconoscerli, ma solo creando ponti sarà possibile riallacciare i rapporti all’interno dell’unica grande famiglia degli uomini; le divisioni, i muri non servono a nulla: perché  - come dice il padre di Nour - il destino di un muro è il suo crollo.
Lettere a Nour è una storia così personale, così privata da diventare pubblica, universale: c’è qualcosa di classico in questa scrittura contemporanea che mette insieme Lear e Pastorale americana. Un testo che ci riguarda tutti: tutti siamo figli o genitori o entrambe le cose, tutti stiamo in questo stesso presente e stare a guardare ormai potrebbe non bastare.
Giorgio Sangati

INFORMAZIONI

06 Luglio
21:00
Teatro Caio Melisso Spazio Carla Fendi
BIGLIETTI
ACQUISTA
platea e palchi platea €50,00
palchi I ordine €40,00
palchi II ordine €30,00
loggione €15,00
07 Luglio
16:00
Teatro Caio Melisso Spazio Carla Fendi
BIGLIETTI
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platea e palchi platea €50,00
palchi I ordine €40,00
palchi II ordine €30,00
loggione €15,00
08 Luglio
16:00
Teatro Caio Melisso Spazio Carla Fendi
BIGLIETTI
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platea e palchi platea €50,00
palchi I ordine €40,00
palchi II ordine €30,00
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BIOGRAFIE
GLI ARTISTI

FRANCO BRANCIAROLI
Nato a Milano nel 1947, viene riconosciuto da giovanissimo come uno dei maggiori talenti del teatro italiano. Leggi
GIORGIO SANGATI
Si è formato come attore alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano, dove, sotto la guida di Luca Ronconi, si è diplomato nel 2005, e è si laureato all’Università di Padova in Scenze della Comunicazione, con una tesi su La tragedia nel cinema di Pier Paolo Pasolini. Leggi
MARINA OCCHIONERO
Nasce ad Asti nel 1993. Leggi
TRIO MOTHRA
Mothra モスラ è una gigantesca falena, la mostruosa divinità della pace del cinema giapponese, comparsa sugli schermi nel 1961. Leggi

FOTOGRAFIE